Io ero sul Dubac

casualeAntonio Casuale è un maresciallo capo dell’Arma dei Carabinieri in congedo. Nato a Rapino (CH) il 31 ottobre 1921, si è arruolato nell’Arma all’età di 19 anni. Veterano della Seconda Guerra Mondiale, ha combattuto sul fronte greco albanese e, dopo l’8 settembre, ha partecipato alla Guerra di Liberazione con le truppe regolari. Ha ottenuto diverse decorazioni (croce al merito di guerra, croce per 16 anni di anzianità di servizio, croce per 25 anni di anzianità di servizio) ed è stato insignito del diploma di combattente per la libertà dell’Italia con le Forze armate regolari. Dopo la guerra è diventato sottufficiale e si è congedato con il grado di Maresciallo Capo in data 1 gennaio 1977, all’età di sessantacinque anni. Ha rivestito, come ultimo incarico, quello di Comandante dell’autodrappello del Comando Legione Carabinieri Abruzzo di Chieti. Il 25 settembre 1943, fuggito dal campo di Dragovitsa ove i tedeschi l’avevano recluso insieme a tanti altri commilitoni della Divisione Parma, si imbarcava sul Dubac, sopravvivendo all’eccidio e riportando solo una leggera scalfittura. Questa videointervista costituisce un documento preziosissimo. Il Maresciallo Casuale, infatti, insieme a Antonio Bognolo, sembra essere, sulla base delle ricerche finora compiute, l’unico superstite del Dubac ancora in vita. Anche se affiorano leggere sovrapposizioni, cagionate dal naturale affievolimento della memoria per il lungo tempo trascorso e dal turbinio degli eventi, la lucidità che emana il racconto di questo distinto signore di 90 anni si percepisce chiaramente. Così come è lucido il ricordo della paura e del sangue di cui era intrisa la tolda.

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bagnoloAntonio Bognolo nasce a Venezia il 30 settembre 1923. Veterano della Seconda Guerra Mondiale, ha combattuto sul fronte greco albanese e, dopo l’8 settembre, ha partecipato alla Guerra di Liberazione con le ricostituite truppe italiane e con gli alleati, ricevendo il diploma di combattente per la libertà dell’Italia.
Il 5 gennaio 1943, all’età di diciannove anni, viene chiamato alle armi e destinato al 336° Reggimento Fanteria di stanza a Ponte Caliano (SL), per essere trasferito, nel luglio del 1943, nelle fila della Divisione “Parma” in Albania.
Insieme agli altri soldati della “Parma” che, poco dopo l’8 settembre, consegnano le proprie armi ai tedeschi, viene catturato dagli ex alleati e recluso nel polveriera di Drashovitsa nei pressi di Valona, trasformata dai tedeschi in campo di concentramento per i soldati italiani. In occasione di un attacco portato al campo dai patrioti albanesi, riesce a fuggire e a raggiungere, a piedi, Porto Edda da dove, la notte del 25 settembre del 1943, si imbarca sul Dubac. Antonio sopravvive alla strage, sbarca miracolosamente incolume in Patria ed oggi, insieme al Maresciallo Casuale, è l’unico superstite del Dubac ancora in vita di cui sia abbia notizia.
E’ possibile sintetizzare il resto della sua vita riportando una breve descrizione della figlia Laura: “Ha vissuto in modo semplice, ma onesto e trasparente, dedicandosi alla famiglia e al lavoro ed è, ancor oggi per me e le mie sorelle, un grande esempio di vita.”
La video intervista di Antonio Bagnolo, realizzata dalla figlia Laura, costituisce un documento molto importante, caratterizzato da grande lucidità e passione, soprattutto nel racconto delle sofferenze patite sia dopo la fuga da Drashovitsa sia durante la campagna di liberazione.
Il nostro espone il suo racconto con una concisione che sembra condizionata da due sentimenti. Da un canto la timidezza di chi è consapevole che gli interlocutori non possano comprendere e dall’altro l’imbarazzo che inevitabilmente tocca chi narra condizioni ed eventi inimmaginabili. In alcuni passi dell’intervista Antonio si commuove visibilmente e alla fine del racconto è palesemente provato. Non solo dalla chiacchierata, ma anche a causa dello sforzo di ricordare fatti che, per la loro drammaticità, vorrebbero essere confinati in un angolino buio della memoria per non tornare mai più a vedere la luce. E il desiderio di concludere, espresso con quel sorriso gentile, somiglia alla volontà di voler terminare di ripercorrere i ricordi di una vita parallela, che sembrano impossibili anche a lui che li ha vissuti.